martedì 27 ottobre 2009

Qualche aggiornamento sulla temperatura

Come dal post precedente, un mio discorso che ho tenuto l'anno scorso (solo adessso sbobinato e messo a disposizione), Stavamo seguendo una diminuzione delle temperature medie che proseguivano da almeno 5-10 anni ( a seconda di come facciamo i conti). Inoltre il 2008 è risultato circa 0,1 °C più freddo del masimo dell'inizio degli anni 2000, e che rappresenta come valore circa un decimo d tutto il riscaldamento osservato negli ultimi 100 anni.

Ovviamente "un anno non fa primavera" e tantomeno inverte le tendenze, ma il 2009 sembra tornare su valori più vicini ai massimi raggiunti che ad una continuità nel raffreddamento.

Certo, in una sistema in aumento da circa 100 anni, i brevi periodi di raffreddamento e/o di stasi non sembrano avere particolare significato, ma è anche vero che la natura caotica del sistema climatico difficilement eprmette di effettuare estrapolazioni significative (in entrambe le direzioni).

COmunque qui di seguito vi mostro l'ultima curca prodotta dall'Ufficio Metorologico Britannico, il Met Office, con anche il link a cui riferirsi per questi dati... attenzione, ogni tanto vengopno aggoornati.


Allora: in rosso le barre annuali dello scarto medio della temperatura rispetto il 61-90; in verde quella del 2009, ovviamente una proiezione visto che il 2009 non è ancora finito; in blu l'andamento filtrato a 20 anni (con il 95% di confidenza in azzurro).
Il link è: http://hadobs.metoffice.com/hadcrut3/diagnostics/global/nh+sh/

Commenti????
Valter

Didattica... Ricerca... o tutto quanto?

Salve...
sono tornato.. almeno per adesso. Qui di seguito vi presento alcune mie considerazioni fatte in un convegno svoltosi lo scorso anno a Varenna sul tema "L'avventura dell'insegnamento: didatica e ricerca". Si tratta di un discorso che ho fatto ad un gruppo di persone, colleghi e non, sui problemi della ricerca nel settore climatico.

Spero al cosa vi interessi.
Verrà poi pubblicato negli atti del convegno.... vi aggiornero' sulla pubblicazione.
Saluti
Valter

“L’avventura dell’insegnamento: didattica e ricerca”

Prof. Maggi: Mi trovo sempre a disagio quando i relatori che mi precedono mostrano una capacità dialettica superiore alla mia (quindi quasi sempre!), perciò faccio una cosa, mi metto una maschera, come nel teatro greco. Niente di tragico comunque, semplicemente non userò il microfono, e vi parlerò stando in piedi. Anche perché così vi tocca vedermi per intero, per tutti i miei due metri di altezza!
Come ho detto, sono un po’ a disagio. Chi ha parlato prima di me, astrofisici e letterati, ha raccontato cose estremamente interessanti, portando a profonde riflessioni che, almeno per me, non sembrano facili. Certo, nessuno nasce con la necessità di conoscere com’era l’universo 14 miliardi di anni fa, ma chi lavora in questo settore della scienza, come in altri simili, si trova nella condizione di essere tra i pochi a poter spiegare questi fenomeni, senza che qualcuno, salvo un altro studioso della stessa materia, possa essere d’accordo, dissentire o avere opinioni diverse.
Chi invece, come me, lavora nel settore della Climatologia, si trova nella situazione in cui tutti (ed intendo proprio TUTTI) hanno un’opinione, un pensiero, qualcosa da dire. Infatti il problema dei cambiamenti climatici, e di tutti gli aspetti correlati, non è un problema esclusivamente scientifico e di ricerca, relegato alle aule accademiche o negli istituti di ricerca, ma interessa anche molti aspetti della vita comune, della politica oltre che di comunicazione verso la gente. Quindi diventa anche un problema di insegnamento, di didattica. Il clima, volenti o nolenti, è un problema che sembra essere di interesse comune, che non compete solo a chi lavora nel settore, ma riguarda praticamente tutti gli strati della nostra società a qualunque livello, con un conseguente elevato impatto mediatico. Tutti i sistemi di comunicazione, che siano scritti, in video, informatici o altro, trattano e discutono di clima e dei cambiamenti climatici. Chiunque ha qualcosa da dire (o pensa di avere qualcosa da dire). Qualunque persona che abbia un’opinione sul clima e sui cambiamenti climatici cerca in tutti i modi di portarlo a conoscenza, di comunicarlo e di diffonderlo. Se da una parte ciò è un bene perché tiene alto l’interesse, dall’altra si tratta invece di uno smisurato volume di informazioni, senza una struttura ben definita, e senza un’accessibilità univoca e, specialmente, non verificata. Il problema diventa ancora più grande per chi deve fare didattica, o deve strutturare un percorso di insegnamento che porti ad avere almeno delle basi e degli strumenti, che permettano di acquisire i dati e le conoscenze necessari per comprendere (o cercare di comprendere) i concetti ed i principi legati alla climatologia ed ai cambiamenti climatici. Mi trovo quindi a dover parlare con ragazzi, i miei studenti, che hanno già sentito parlare di climatologia e di cambiamenti climatici, specialmente quelli che frequentano i corsi di laurea che si svolgono in un Dipartimento come il mio, che si chiama Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e del Territorio (tra l’altro un Dipartimento sul quale esiste la convinzione che quelli che lo frequentano e ci lavorano siano degli ambientalisti!), cioè dove ci si aspetta di trovare persone interessate a questi argomenti, e quindi, che hanno già esplorato il modo dell’informazione climatica (almeno quella mediatica).
C’è un aspetto molto importante a mio avviso; che riguarda noi universitari ma no solo: la curiosità. Può sembrare una cosa ovvia, ma sul bagaglio di esperienza fino ad ora accumulata in 20 anni di insegnamento universitario, non è sempre vero che esista uno stimolo del genere nei nostri ragazzi. A volte la comodità di accedere ad informazioni preconfezionate, già in parte digerite, ma senza che siano state verificate alla luce dello stato dell’arte delle conoscenze (che cambia di giorno in giorno), riduce lo stimolo a diversificare le fonti ed a verificare le informazioni, anche semplicemente nel tentativo di confermare le proprie convinzioni. Ricordo, ma non ce n’è effettivamente bisogno, che è fondamentale la curiosità; permette di arrivare molto lontano, di porsi i problemi e di cercare di risolverli... e non soltanto in Climatologia. Per cui dico sempre ai miei ragazzi “Prima di tutto siate curiosi”. Quando inizio il corso di Climatologia, nel Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente ed il Territorio, all'Università di Milano Bicocca, ci sono due punti fondamentali che anticipo e che considero basilari. La prima cosa che dico è “Questo corso non ha un libro di testo ufficiale!”. In realtà esistono libri che potrebbero diventare la base del corso, ma sono spesso in inglese, e ciò terrorizza gli studenti, inoltre nel settore della Climatologia vengono pubblicati ogni anno una cinquantina di libri di vario genere, che normalmente affrontano il problema dei cambiamenti climatici da cinquanta punti di vista diversi. Per cui preferisco non usare un libro di testo ufficiale nel mio corso e fornisco a loro tutta una serie di materiali, stimolandoli a fare una ricerca specifica sui vari argomenti. L’altra cosa che dico all’inizio del corso, e che reputo molto importante è: ”Non vi fidate di quello che vi dico io; andate a verificare tutte le mie affermazioni. Avete la possibilità di farlo ed avete a disposizione tutti gli strumenti necessari; cominciate ad avere un’età in cui le informazioni che vi arrivano, di qualunque tipo, vanno sempre verificate”. Questo, secondo me dovrebbe valere per molti altri corsi e si ricollega al punto precedente: avere la curiosità vuol dire verificare, controllare, se è vero quello che è stato detto o scritto sia un’opinione personale di qualcuno, o sia qualcosa che è stato scientificamente definito. Questo è lo strumento che cerco di dare ai miei ragazzi: fargli capire che non bisogna mai fermarsi a quello che li viene detto. E’ vero che noi siamo docenti ed abbiamo un certo ruolo, però è anche vero che, specialmente per certe materie che sono particolarmente critiche come la Climatologia, è sempre meglio avere una platea dinamica, cioè che sia in grado di intervenire e di interloquire, anche con commenti e critiche.
Non esiste una vera differenza tra ricerca e didattica, specialmente in ambito scientifico dove l’evoluzione delle conoscenze è talmente elevata che quello che abbiamo scoperto, capito, imparato ieri diventa la didattica di oggi. Esiste cioè un filo continuo tra quello che studiamo e quello che insegniamo, non può esistere un salto, o peggio, ancora un blocco di questo flusso. E’ anche vero che dobbiamo partire sempre dai “fondamentali”, per usare un termine sportivo, cioè le basi necessarie per capire ciò che segue. La scienza però non possiede sempre un percorso diretto e lineare, anzi. Per esempio, l’anno scorso al mio corso di Climatologia ho fornito una serie di informazioni che quest’anno sono in parte cambiate, e quindi sono obbligato a modificare parte del nuovo corso. Alcuni aspetti, anche semplicemente interpretativi, sono stati modificati da nuove conoscenze, ed a volte addirittura smentiscono quello che fino ad ora sembrava acquisito. Perciò la continuità che c’è tra didattica e ricerca, almeno a livello universitario, è fondamentale: non può esserci scollamento o mancanza. Il Ministro Brunetta, in una trasmissione televisiva (non ricordo quale), parlando della situazione della ricerca espresse questo concetto: “C’è la ricerca e c’è l’Università”. Un bel niente! Non esistere differenza tra ricerca e didattica. Così come per la ricerca, anche l’insegnare deve porsi le domande giuste, che permettono di costruire un percorso didattico chiaro e continuo, rivolto agli studenti. Come già detto “Queste sono le conoscenze a tutt’oggi ed io provo ad interpretarle, ma voi dovete andate a verificare se effettivamente l’informazione è quella giusta o se esistono altre alternative”. Io spero sempre di trovare uno studente che alzi la mano e dica: “Professore, lei ha detto una sequenza di stupidate, e adesso le spiego il perché...”. Merita sicuramente grande considerazione.
Come Climatologi abbiamo anche un grosso svantaggio; molte delle informazioni vengono messe sul mercato senza - come si può dire - un’analisi critica. I dati spesso non vengono mai interpretati, non c’è mai qualcuno che li traduce in modo da renderli fruibili in modo obiettivo e semplice. Questa curva [slide, n.d.r. fig.1], che è la curva dell’andamento dell’anidride carbonica nell’atmosfera fino a ottobre 2008, è una curva che si può prestare a dieci interpretazioni diverse, ma non può prescindere da un fatto evidente: si tratta di un aumento della concentrazione dovuto all’emissione di questo gas serra nell’atmosfera da parte delle attività umane. E indipendentemente dalla mia opinione personale sulle cause, devo prima fornire gli strumenti di interpretazione (obiettivi) dei dati e poi tentare di spiegarne le ragioni. E’ questo punto scattano alcune domande... Come comunicare l’interpretazione di questo tipo di dati nell’ambito della nostra funzione didattica, senza rischiare di farsi influenzare dalla propria opinione personale? Come fare capire che, nel dubbio, bisogna cercare più di una opinione o interpretazione, verificando anche l’attendibilità delle fonti stesse, e cercare di comprendere quali sono i meccanismi interpretativi? Non è facile, anche perché l'informazione mediatica, quella generalmente a disposizione di tutti, preferisce gli estremi del “disastro imminente” o del “non è mai successo niente e niente succederà”, piuttosto che un’analisi critica intermedia.



Comunque è questo il mondo in cui mi trovo a dover lavorare, almeno fino a quando mi occuperò di Climatologia e di cambiamenti climatici, ed è indiscutibile la necessità di mantenere la continuità tra la ricerca ed il trasferimento delle conoscenze all’insegnamento (o divulgazione), anche di quelle ancora in incubazione, non completamente digerite dalla comunità scientifica, ma che servono per mantenere il quadro il più completo possibile. In effetti una lettura critica dei dati e dei processi fatta a valle di conoscenze specifiche, dovrebbe stare alla base dell’interpretazione e della successiva divulgazione (o insegnamento); ma questo spesso è disatteso. Oggi possiamo scaricare da internet di tutto, sia dati misurati che le loro interpretazioni fatte da gruppi di ricerca specifici, ma anche le opinioni di chiunque sia in grado di usare un computer, scienziato, politico o persona comune che sia. Un esempio... Prendiamo la curva dell’aumento della temperatura degli ultimi 150 anni [fig. 2]; è simile a quella dell’anno scorso, solamente che quest’anno c’è anche il 2007, e l’ultima barra verde in fondo a destra rappresenta il 2008; verde e non rossa perché è una proiezione a partire dagli ultimi 9 mesi (il 2008 non è ancora finito!). Dal 2005 si osserva una diminuzione dei valori medi annuali e la previsione per il 2008 è all’interno di questa tendenza. Ebbene, possiamo interpretare il tutto come l’inizio di una inversione di tendenza del riscaldamento globale, oppure considerare questo periodo come uno dei tanti periodi di limitato raffreddamento (es. l’inizio degli anni 60 o degli anni 80) all’interno di una tendenza più generale che continua dall’inizio del secolo scorso. Non potendo effettivamente fare previsioni per l’anno prossimo, è difficile dare validità ad una teoria o all’altra. Questo esempio nasce da una discussione con un mio collega, un fisico dell’atmosfera, che ha un atteggiamento molto critico nei confronti del riscaldamento globale. In sintesi mi ha fatto osservare che gli ultimi anni di dati mostrano un generale raffreddamento, e che anche la previsione per il 2008 segue questa tendenza. Allora io prendo il grafico, la guardo e gli dico: “E beh! (scusate, fingo di fare una lezione scusate la presunzione, ma dato il tema...). Negli ultimi tre anni abbiamo una diminuzione media della temperatura annua assoluta sia globale che europea, e questa diminuzione è un valore di circa 0,1 gradi centigradi, su un aumento di circa 1°C negli ultimi 100, di cui almeno 0,5°C negli ultimi 30.” “Certo, esiste una diminuzione, ma ovviamente bisogna verificare anche le tendenze generali, e si tratta di dati ben validati e costruiti in modo rigoroso. Osservando la curva generale della variazione della temperatura globale del nostro Pianeta, per lo stesso periodo, ci sono stati anche delle diminuzioni, con anche periodi di stasi, ma seguite in genere da maggiori e più decisi incrementi di temperatura.” E’ chiaro che non possiamo fare previsioni su quello che succederà nei prossimi anni, ma la tendenza generale sembra in una sola direzione, l’aumento. Dobbiamo anche prendere in considerazione la scala degli eventi climatici.



Quindi, un'analisi critica dei dati mi dice che la tendenza è questa, poi possiamo far finta che non sia così, ma da un punto di vista della didattica, della divulgazione, del trasferimento delle informazioni si deve essere obiettivi.
Attenzione! Fino ad ora non ho fatto nessuna affermazione del tipo: “Il nostro pianeta si sta riscaldando per colpa dell'uomo” oppure “Stiamo per friggere il nostro Pianeta”. Ho fatto vedere semplicemente delle curve di dati, interpretando la loro natura, ma non la loro causa. Questa è la fase iniziale di analisi dei dati, cioè capire quello che le misure ci dicono. Successivamente, per andare a verificarne le cause, sono necessarie molte altre informazioni che non si esauriscono solamente con la misura della temperatura o della anidride carbonica, ma bisogna capire come funziona per intero la Macchina Climatica. Mi ricordo da un corso fatto anni fa che un buon giornalista deve essere in grado di rispondere alle famose 5 domande: cosa (o chi), come, dove, quando e perché. Ebbene, per chi lavora nel settore della ricerca climatica, ma non solo, le prime 4 sono definite da delle misure che noi facciamo (i dati), invece la quinta (il perchè) è legata alla nostra capacità di simulare quello che è successo. Quest’ultimo fatto è del tutto inutile se non abbiamo a disposizione, ed abbiamo capito, quello che i dati ci dicono, indipendentemente dal loro “perché”. Utilizzando i soli dati di temperatura e di anidride carbonica, quelli che ufficialmente vengono pubblicati dai vari istituti delegati alla loro misura (scegliete voi quelli che preferite), posso farvi mezz'ora di conferenza riguardo al cambiamento globale causato dall'uomo e mezz'ora di conferenza contro l’influenza dell'uomo sull'atmosfera. Ma questo mi sarebbe molto più difficile nel momento in cui prendo in considerazione tutti i meccanismi che fanno funzionare la nostra atmosfera ed il sistema climatico in generale, perché mi troverei a dover prendere in considerazione altri dati e informazioni che, integrati, non possono essere letti in modo opposto.
È per questo che ritengo fondamentale per coloro che fanno questo mestiere, mantenere continuità tra ricerca e didattica. Noi non possiamo rallentare o perdere qualche treno, non avremmo più la possibilità di ripartire. D'altro canto maestro non è chi mi da una definizione di un processo (qualunque tipo di processo, in questo caso specifico il cambiamento climatico), ma chi mi dà la possibilità di interpretarlo, e chi mi permette di capire come funziona. È chiaro che io oggi posso solo sperare di essere migliore di coloro che mi hanno insegnato, non per la loro ignoranza, ma per il semplice fatto che sono passati 20-30 anni, e quindi ho 20-30 anni in più di informazioni e di dati che migliorano le conoscenze sui cambiamenti climatici. Quello che ho imparato dai miei maestri è quello che mi ha permesso di continuare. Quello che invece spero, è di poter fare la stessa cosa con i miei studenti e di essere superato da coloro che mi succederanno. Grazie.

giovedì 4 giugno 2009

Scusate per l'assenza

Per oltre un mese non sono riuscito ad aggiornare questo blog, e me ne dispiaccio. I tempi e gli impegni non mi permettono di seguire con continuità questa mia opera.
Stavo pensando di scrivere una serie di post come se fossero delle lezioni sulla climatologia, partendo dalle basi per poi muovermi attraverso i vari aspetti che riguardano anche le discussioni in atto (o che dovrebbero essere in atto!).
L'opera potrebbe essere chiamata "Lo zen e l'arte di capire il clima"... Un poco ritrito come titolo, ma possiamo sempre cambiarlo.
Vediamo come va questa storia, se riesco a completare l'opera o se diventa un altro monumento alla mia incapacità!

venerdì 24 aprile 2009

Eppur si muove!

Sperando che non sia un fuoco di paglia, sembra che la stampa cominci ad interessarsi ai problemi di Politica Climatica, anche se sotto gli echi del G8 Ambiente di Siracusa, e della Giornata della Terra, ieri 22 aprile, passata praticamente ignorata da politici, amministratori e media.

Il Corriere della Sera di oggi apre con un editoriale di Gianni Sartori dove riunisce la necessità di una Terra Verde e dello suo sviluppo economico sostenibile. Sottolinea come oramai esiste un generale conenso, almeno nella comunità scientifica, sull'impatto che ha l'attività dell'uomo su sistema climatico, ed allacciando il discorso dell'aumento delle emissioni di gas serra alla necessità di una continua riduzione dei semplici effetti inquinanti. Si permette anche un arduo accostamento, osservando l'esistenza di un problema Acqua, e, per quanto non esplicitamente, ne evidenzia l'intimo rapporto con i cambiamenti climatici. Nello stesso editoriale viene inserito anche il problema energetico, arrivando a correlare il tutto con l'aumento della popolazione mondiale, prevista per 9 miliardi entro qualche decennio.

Per quanto oramai esiste una ampia letteratura mondiale che ha identificato questi tre problemi, clima-acqua-energia, come intimamamente collegati, in Italia le campane continuano a suonare da sole, senza che ci sia uno spartito unico, e specialmente senza un direttore che ne unifichi i suoni.

Inoltre, se i problemi climatici sono di solito associati aa voci di costi nei bilanci delle varie amministrazioni (pubbliche o private), acqua ed energia sono invece visti come un grosso business, dove è possibile un grosso giuadagno sia da un punto di vista della produzione (energia) sia da quello della gestione (acqua), e quindi da gestire separatamante per non intralciarsi nelle varie richieste finanziarie.

Naturalmente non è importante se il cambio dei regimi delle precipitazioni o della loro quantità totale, e quindi òa disponibilità, sia in risposta ad un cambiamento climatico. E non è importante se la domanda di energia venga modificata nel tempo e nello spazio proprio dal cambiamento delle esisgenze dovute al clima modificato.

Comunque, eppur si muove....almeno per ora.

giovedì 23 aprile 2009

Il G8 dell'Ambiente.... o delle parole?

Sembra che siano state dette "buone" parole al G8 dell'Ambiente a Siracusa. Parole che, uscendo dai discorsi del nostr Ministro dell'Ambiente, sembrano finalmente muoversi nella direzione già presa, da molto tempo, da altre nazioni industrializzate. Parole che comunque si muovono nella direzione opposta a quelle che fono ad ora ha espresso il nostro Presidente del Consiglio. La cosa è quindi particolarmente ambigua, specialmente nei confronti degli altri partecipanti e specialmente in quanto Paese ospitante della riunione!

Comunque, rimanendo al solo discorso del Ministro, esiste una interessante presa di coscienza di due aspetti che reputo importanti: l'equilibrio e la pianificazione.

Un discorso che sottolinea quanto sia importante che "Si affrontino i problemi in modo equilibrato, evitando il negazionismo e le posizioni allarmistiche secondo cui tra dieci anni si scioglierà il Polo Nord", anche se ovviamente il concetto di Emergenza, a livello climatico, è insito nell'a mancanza di chiari dati, specialmente sul comportamento che la macchina climatica può assumere al variare dei suoi parametri interni (es. aumento delle emissioni). Quindi, equilibrio si, ma senza perdere ulteriore tempo.

Importante anche la presa di coscienza che «Bisogna orien­tare i piani energetici a favore delle nuove tecnologie. Una rivoluzione verde che costa molto: dall’1 al 3 per cento del Pil mondiale, da qui al 2050». Ovviamente il costo è un punto importante, anche perchè la mancanza di interventi seri negli ultimi 20 anni ha fatto in modo che l'Italia sia attualmente in forte deficit nei confronti delle previsioni di contenimento delle emissioni e delle applicazioni di tecnologie pulite. Piani energetici, ma anche costruzione di una cultura fondamentale per diffondere l'esigenza di una rivoluzione verde. Questo investimento, dall'1 al 3 per cento del Pil, deve comprendere una parte legata alla formazione, alla ricerca ed alla comprensione dei meccanismi climatici, che, in modo equilibrato, permettano di movere in parallelo, la Conoscenza e la Tecnologia.

In nessuno dei 3 giorni di incontri viene accennato alla necessità di una formazione culturale delle persone che dovranno poi caricarsi l'onere di fornire quell'1-3 % del Pil. Fomazione che deve essere fatta a tutti i livelli, a partire dalle Scuole Primarie fino all'Università, ma non solo. Si deve arrivare alla formazione anche degli Amministratori Pubblici, dai Sindaci agli Assessori, dai Consiglieri ai vari gestori di Enti. Non ultimo DEVE essere prevista la diffusione a tutti delle informazioni sui cambiamenti climatici e sugli apsetti tecnologici, finanziari, sociali ed etici a loro correlati. Formazione che deve essere fatta in modo obiettivo ed equilibrato.

In genere si finisce dicendo "speriamo che.....", ma in questo caso non è più possibile sperare.... Bisogna fare!!!

lunedì 20 aprile 2009

Meditate gente... meditate!

Antonio Zecca e Luca Chiari, La discontinuità del 1945. Le Scienze, 488, aprile 2009.

Docente e allievo all’Università di Trento, hanno studiato una delle anomalie nella più famosa serie di dati del Mondo, l’andamento delle temperature globali degli ultimi 150 anni.
Nel mio post precedente (del 11 aprile 2008), presento la serie delle temperature globali, provenienti dalle elaborazione del Met Office Hedley Center, del Regno Unito. la linea Blu, che rappresenta il valore medio di un ventennio di dati, mostra un aumento dell’anomalia delle temperature globali, a partire dal 1920 fino ai giorni d’oggi, con un picco particolarmente pronunciato intorno agli anni ‘40 del secolo scorso. Una evidente variabilità dei dati è sempre presente nelle serie di questo tipo, infatti si osservano dei su-e-giu tra un anno e l’altro che possono anche essere ricondotti a particolari eventi naturali, tipo eruzioni vulcaniche (es. Pinatubo, nel 1991) che normalmente sottendono un minimo nelle temperature, o eventi tipo El Nino (es. nel 1998) che normalmente sono invece legati ad un aumento delle temperature. Ma normalmente si tratta di una variazione che interessa un anno, o al massimo due anni. Come invece si può facilmente osservare, l’evento degli anni ‘40 interessano altre 5 anni, con una tendenza abbastanza chiara di un brusco aumento seguito da una ridiscesa altrettanto brusca. Evento che in effetti è sempre sfuggito all'interpretazione dei ricercatori e dei modellisti, e proprio per questo utilizzato come una delle prove contrarie al riscaldamento globale.
L’analisi, critica, dei dati deve stare sempre alla base della ricerca scientifica, cosa che è stata fatta a partire dal 2002, quando sono stati unificati tutte le banche dati utilizzate per questi studi nell’ICOADS (International Comprehesive Ocean-Atmospherere Data Set). Banca dati che raccoglie non solo i singoli dati climatici (temperatura, precipitazione, pressione, umidità relativa, ecc...) ma anche i cosiddetti “metadati”, cioè le informazioni sugli strumenti, loro tarature, eventuali sostituzioni, operatori, ecc..., che diventano importanti quando si vuole comprendere a pieno il valore dei dati stessi. Analisi effettuata in modo molto capillare, tanto che si è arrivati a comprendere come mai il periodo intorno al 1945 mostrava questo anomalo aumento, ed in particolare a capire che questa anomalia era legata a dati prevenienti dalle temperature superficiali dell’acqua degli oceani.
Differenti tecniche di misura delle temperature dell’acqua oceanica superficiale sono alla base di questo studio. Gli inglesi hanno da sempre usato, come tecnica di misura dell’acqua superficiale dei mari, la tecnica di portare a bordo un secchio d’acqua e poi misurarne la temperatura. Venivano usati differenti recipienti per ridurre al minimo il rischio di errori, ma ovviamente questo è praticamente impossibile. L’effetto del vento sui secchi usati per i campionamenti portava ad una lieve riduzione della temperatura dell’acqua poi misurata.
Gli Americani invece, ben prima della Seconda Guerra Mondiale, misuravano la temperatura direttamente nei tubi dell’acqua pescata per raffreddare i motori. Questo portava a misurare temperature leggermente superiori a quelle reali.
Il lavoro di integrazione dei dati nelle serie climatiche portavano all’annullamento reciproco degli errori, almeno fino al II conflitto Mondiale, quando gli inglesi ridussero al minimo le misure in mare, a differenza degli americani che continuarono ad effettuare le loro misure.
Durante questo periodo la sovrastima dovuta alla tecnica degli americani prese il sopravvento, arrivando ad ottenere misure fino a 0,4°C maggiori rispetto le temperature reali. Situazione che fu chiara solamente dopo il 2002, quando furono integrati i database delle misure nell’ICOADS. Qui è stato possibile ricostruire la storia delle misure delle temperature e capire come questo errore sistematico non fosse stato corretto.
Zeccha e Chiari hanno effettuato questo lavoro ed hanno stimato l’errore correggendolo. Questo lavoro mette in luce come la ricerca non si ferma mai, neppure di fronte all’ovvio. L’analisi critica dei dati è sempre stata una priorità, e l’analisi critica dei dati alla luce di nuove conoscenze è una priorità DOVUTA!
Mai fermarsi, mai credere di aver finito. Le scoperte di oggi mettono in dubbio quelle di ieri.
Meditate gente... meditate!

Quando il futuro imita il passato.…

Corriere della Sera, 20 Aprile 2009
Uno scudo di gas contro l'effetto serra

Franco Foresta Martin, noto giornalista scientifico del Corriere della Sera, riporta una notizia proveniente dal settimanale americano Newsweek, sulla proposta di due Premi Nobel, Paul Crutzen (Nobel per la chimica nel 1995) e Thomas Schelling (Nobel per l’economia nel 2005), di ridurre il riscaldamento globale del Pianeta immettendo in atmosfera biossido di zolfo come schermante delle radiazioni solari.
Uno degli effetti dei composti dello zolfo è quello di funzionare da schermo nei confronti delle radiazioni solari, riducendo la quantità di energia che raggiunge la superficie terrestre. Si tratta quindi di un effetto che contrasta quello dei gas serra, i quali tendono a riscaldare la superficie. E’ quindi un caso di forcing negativo che contrasta il forcing positivo dei gas serra.
La storia dei composti dello zolfo in atmosfera è però nota da molto tempo.
A partire da secondo dopoguerra, intensa industrializzazione del Nord America e dell’Europa aveva portato ad immettere in atmosfera una quantità enorme di composti dello zolfo, derivanti in massima parte dalla combustione di oli non particolarmente raffinai e da carbone, attraverso tecnologie di produzione a bassa efficienza e alta emissione. Queste sostanze, arrivarono ad abbassare il pH della pioggia fino a livelli tali da dover adottare il termine “Piogge Acide” per indicarle. Una situazione che, ai tempi, creò problemi alla vegetazione di aree disposte sottovento ai grandi centri industriali, fino a centinaia di km di distanza. Per esempio negli anni ‘80, la Foresta Nera presentava circa il 50% delle piante danneggiate dalle piogge acide, e nel 1974 in Scozia è stata misurata un’acidità della pioggia di pH 2,7 (!!).
L’idea quindi dei due premi Nobel, potrebbe essere considerata come interessante esercizio di modellistica atmosferica a scala planetaria, ma sicuramente andrebbe valutato con maggiore dettaglio i possibili effetti a lungo (e forse anche a medio) termine.
Forse è meglio arrivare a costruire politiche che portino ad una riduzione delle emissioni di TUTTI gli inquinanti, sia quelli clima-modificanti che gli altri. Questo è fondamentale per costruire una società che permetta di arrivare ad una società la più equilibrata possibile, dove la parola Sostenibilità abbia lo stesso significato per tutti gli abitanti del nostro Pianeta.